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Il
periodo della "strina"; (la strenna) andava dalla
sera dell'ultimo dell'anno alla sera dell'Epifania.
Comitive sempre numerose, costituite da giovani e ragazzi,
passavano di casa in casa a cantare "a strina";
ed a chiedere doni ad amici e parenti.
Un giovane dalla voce intonata dava il via al coro dei partecipanti,
salutando i padroni di casa certamente in ascolto dall'interno.
Il canto iniziava per lo più; con le parole:
"appena arrivati salutu li mura
pue salutu aa ;vue cari patroni";
e ancora:
"simu venuti ;e sira, bonasira,
simu venuti mu ve cantamu ;a strina";
e poi, seguiva il ritornello:
" e fa e fa, fa e fanne la strina e fa
ca culla virtula simu ca.
Nu è; vigogna si cantu la strina
A strina la cantau nostru Bombino";.
Ed ecco un'altra richiesta di "strina";:
"Senz'essere chiamati simu venuti
siti li boni trovati vue patroni,
chiani de gentilezza e cortesia.
Chi Dio ve manda tanti boni anni
Quantu allu mundu se spandenu panni;
chi Dio ve manda tanti boni misi
quantu allu mundu c'è; sordi e turnisi.
Oih ca fattu a nive alla montagna
mu te sta bona sta bella cumpagna
e sti figliuli chi te stanu allu cantu";.
;; e con questo stile e continuando con questa
tonalità; si augurava ai vari componenti la famiglia felicità;
ed ogni bene.
Dopo l'avvio, il coro intonava a gran voce le sue richieste,
facendo un elenco ritmato dei doni desiderati secondo il modulo:
"fanne la strina e fannila d'arancia
;mu te sta buanu stu figliu chi ciange";,
e così via; veniva poi chiamato in causa il marito:
"fanne la strina e fannila de ficu
;mu te sta buanu stu bellu maritu".
Al padrone di casa, in particolare, tra il serio ed il faceto
veniva cantato:
"fanne la strina e fannila de nuci
ca quando muari te portami ;a cruce";.
Gli altri componenti la famiglia venivano interpellati secondo
il modulo:
" e de;.. (e si diceva il nome del parente) mi ndavia
scordatu ch'era llu jure de lu parentatu";.
Dopo che la comitiva aveva cantato sulla soglia di casa accompagnandosi
con il suono dell'organetto e di altri strumenti tipici
o strani, si sentiva all'interno qualche tramestio o
si vedeva muovere qualche lume ed allora la comitiva rinfrancata
riprendeva il canto dicendo :
"siantu ;lu sgrusciu de lu catarattu
piansu ca me la piglia (la "strina";) de lu tavulatu";.
oppure:
"Viju ;na lucicchia vascia vascia
pianzu ca me la piglia de la cascia";
oppure:
"sintu lu sgrusciu de lu tavulinu
è; llu patrone chi piglia llu vinu";.
Allora la porta di casa si apriva, gli "strinari";
facevano i loro auguri ai parenti ed agli amici che li accoglievano
festosamente invitandoli a bere, a mangiare ed a divertirsi,
cantando ancora i loro stornelli augurali. Poi si riempivano
le bisacce di frutta, dolci natalizi ed altri prodotti della
terra e gli "strinari"; si congedavano cantando:
"E de nu grubu nde nescìu na gatta
e jamuninde ca la strina è; fatta";
oppure:
"cantau llu gallu e scutulau ;la cuda
ve damu ;a bona sira a vue patroni
e jamuninde ca la strina è; fatta";.
Gli "strinari"; erano accolti anche nelle famiglie
che erano di lutto e questo testimonia di quale prestigio
tradizionale, quasi sacro vincolo d'ospitalità;,
fosse circondata l'usanza della "strina";.
Quando gli "strinari"; capitavano presso qualcuna
di queste famiglie chiedevano:
"Letta o cantata, patruni ?";
E poiché le circostanze non permettevano di cantare essi
venivano fatti entrare e ricevevano i loro doni in modo più;
rapido e meno allegro, ma non meno gradito.
Anche i doni agli "strinari"; prendevano l'aspetto
di un rito collegato con il senso sacro dell'ospitabilità;
tipico della gente di Calabria, tale senso è; tanto profondo,
tanto radicato nel nostro popolo, che spesso ha potuto sopravvivere
a duri periodi di carestia e di fame, grazie alla solidarietà;
propria dei poveri, che sanno comprendere, anche nella loro
indigenza, le misere condizioni del proprio prossimo.
Non tutte le case, però, si aprivano per accogliere gli
"strinari"; e questi allora si sentivano autorizzati
a cantare degli stornelli "a sdegno";, pieni di
improperi e minacciose profezie all'indirizzo degli
ingrati.
I moduli più; usati erano:
"Ammianzu ;a casa cce pende ;nu lazzu
quando te liavi mu te rumpi ;nu vrazzu";;
oppure:
"Ammianzu ;a casa cce gira ;nu ruallu
quando te liavi mu te rumpi ;a nuce du cuallu";;
e ancora:
"Ammianzu ;a casa cce sta ;na majilla
quando te liavi mu te spiezzi ; a cudilla";.
Anche questi stornelli a sdegno confermano come i doni agli
"strinari"; fossero sentiti da questi come un diritto
e fosse conseguente l'obbligo che ne derivava a parenti
e amici, di mostrarsi generosi, se non volevano essere bersagliati
dagli stornelli sdegnosi degli "strinari"; adirati.
Ancora oggi c'è; l'usanza della "strina";.
Per gentile concessione della
Prof.ssa Margherita Catania
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Per gentile concessione
del Sig. Mario Nicolazzo
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